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Davvero straordinaria è la capacità di Daniele Gorret nel prendere possesso del sé attraverso le alterità, senza forzature ma trasformando gli alias in un caleidoscopio di rappresentazioni – vive e viventi – che definiscono i confini sempre nuovi dell’uomo e dello scrittore, assai spesso coincidenti. Ma mai come in questa silloge l’autore trova piena identificazione ai propri significati, misurandosi con la figura – esistita – del Leopardi, con la quale Gorret sembra voler saldare un debito di riconoscenza e di somiglianza morale. Fra gli innumerevoli scritti riguardanti il ‘Contino Giacomo’, questo Leopardino impressiona per l’esattezza del ritratto e per la documentatissima adesione alla sua vicenda umana e letteraria, costituendo una dichiarazione di ammirata partecipazione – finalmente libera dagli stereotipi che ne hanno frettolosamente e superficialmente definito l’immagine – e avvicinando nel contempo la propria testimonianza a quella del ‘poeta dell’Infinito’.