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«Tremalume è una parola che ho inventato io» racconta Fabio Pusterla. «È apparsa sulla pagina mentre provavo a scrivere una poesia un po' strana, e mi è balzata agli occhi come il titolo migliore per il mio nuovo libro. Tremalume: un neologismo in cui il tremore, la minaccia e la preoccupazione non eliminano affatto la piccola sopravvivenza di un lume, di una minima luce a cui affidarsi.» Un cammino paziente, ostinato, nelle regioni del disastro, del degrado, tra i mostri della notte sui sentieri, nella luce migrante; il cammino di chi non ha scelto, ma non ha rinunciato, complice un silenzio che nel frastuono dei sobborghi "vive ai margini e si cela". Lo sguardo è a larghissima gittata, abbraccia "pochi vivi e molti morti", l'ultima aborigena della Tasmania, i macachi creati in un laboratorio dell'Oregon. A quattro anni di distanza dall'ultimo libro, Cenere, o terra, in questi nuovi versi, sempre più limpidi, la denuncia, il dolore pubblico e privato lasciano affiorare la forza di un segno che resta, una speranza intima e sommessa capace di proiettarsi nel cosmo, nei millenni, nutrendosi di memoria e vastità.